lunedì 23 gennaio 2017

Intervista a Francesco Fallacara a cura di Ilaria Cutrì

Tra le sezioni del nostro blog è attivo un piccolo spazio dedicato alle interviste.
Premettendo che non si tratta di interviste dal taglio giornalistico, ma di uno strumento per permettere agli autori di farsi conoscere meglio, oggi ospitiamo Francesco Fallacara: pedagogista, antropologo, criminologo e scrittore di un saggio sulle Daaras del Senegal.



Ciao Francesco, benvenuto in questo piccolo blog. Cerchiamo di conoscerti meglio attraverso qualche domanda. Immagino tu sia anche un lettore oltre che uno scrittore.  Chi è il tuo autore preferito? 

Ciao Ilaria, naturalmente sono anche un lettore oltre che uno scrittore, ma preferisco precisare che ho maggiormente “studiato” e non solo letto libri; questo grazie al mio percorso di studi che non mi ha consentito molto di dedicarmi alla sola lettura “spensierata” che spesso il libro offre.
Per questa ragione non ho un autore preferito, bensì delle tematiche a cui sono più incline.
Tra queste, visto il mio ambito professionale e di interesse, vi è l’antropologia e l’etnografia, saggi che riguardano la pedagogia, viaggi e geografia. Preferisco la saggistica e la narrativa piuttosto che il romanzo. Questa mia predisposizione mi ha motivato nello svolgere un lavoro di ricerca in Africa, conclusosi (non definitivamente in quanto scrivo per una seconda pubblicazione), in un saggio etnografico dal titolo “Viaggio nel sistema educativodel Senegal. Alla scoperta delle Daaras”.

Parlaci del tuo libro...

L’idea di scrivere il libro nasce dalla mia volontà di realizzare in un unico lavoro, anni di esperienza professionale come Pedagogista e, in seguito, da Antropologo, con l’obiettivo di svolgere una ricerca sui servizi per l’infanzia, analizzando e confrontando le strutture prescolastiche ed educative, attraverso un approccio metodologico osservativo ed interattivo con i diversi attori sociali operanti a Dakar (Senegal) e, non di minore valenza, il voler raccontare per grandi linee, il mio legame profondo con la popolazione di questo paese.
Trasformare un puro saggio in una narrazione sotto forma di diario, non è stata casuale (anche se all’inizio lo è stata per le diverse vicissitudini riscontrate, e nel testo le chiarisco benissimo), ma ho voluto mettere in risalto come ‹‹Il tempo della scrittura, come quello della ricerca, non è mai né simultaneo né immediato››. Ho preferito “descrivere” (etnografia significa appunto descrivere) la mia esperienza di “viaggio” accompagnando il lettore per mano (come un buon pedagogista fa) nelle molteplici difficoltà riscontrate, come nelle diverse esperienze vissute in terra d’Africa, partendo sin dalla mia “poltrona” di casa, da quando ho iniziato a scrivere, sotto forma di diario di bordo, tutto ciò che mi accadeva.
Questo per evidenziare come una ricerca etnografica sia di sicuro il frutto di conoscenza e di descrizione di una cultura “altra”, ma spesso un racconto di vita espresso attraverso l’uso metodologico del diario quotidiano (papier de bord). Questa mia “metodologia” nel raccontare qualcosa è stata voluta per mettere in risalto come un’etnografia debba essere svolta. Ho inserito, mentre raccontavo l’esperienza di chi viaggia per studio, tutte le “pietre miliari” della metodologia della ricerca antropologica, senza far pesare al lettore le classiche definizioni statiche, che spesso si riscontrano nei manuali classici.
Ho spiegato attraverso il racconto (la chiamo “parte romantica” del lavoro), le incognite e gli elementi essenziali che un ricercatore accingendosi sul campo per studio, deve affrontare, in modo chiaro e pragmatico. Ed è solamente grazie al descrivere ciò che ho osservato nei diversi contesti, che ho potuto realizzare la mia volontà, rendendo fruibile la conoscenza delle realtà africane (Daaras), ad un pubblico più ampio, attraverso la mia singolare esperienza. Forse un buon “sussidio”, utile e pratico, per chi vorrebbe affacciarsi al mondo educativo africano, nello specifico quello senegalese, attraverso lo stile etnografico.
 
I saggi sono delle opere mirate, forniscono informazioni e permettono di conoscere argomenti. Il tuo saggio si focalizza sulla scuola. Che tipo di lavoro hai svolto per correlare antropologia e pedagogia?

Dici bene Ilaria, il mio saggio è un’opera mirata, anzi, doppiamente mirata. È un lavoro di natura pedagogica ed educativa da un lato e, antropologica ed etnografica dall’altro. Le due discipline incrociandosi e amalgamandosi, creano un lavoro il cui tema, oltre ad essere specialistico, è di “super nicchia”, per la sua doppia valenza “educativa - antropologica” e di “confine”, come asserito dal Prof. Ugo Fabietti (Università degli Studi di Milano-Bicocca).
Il lavoro affronta le tematiche relative al lavoro antropologico ed etnografico sul campo, mostra le complessità connaturate al lavoro di ricerca ed inquadra il contesto sociale generale del Paese (Senegal), evidenziandone la realtà educativo-formativa esistente, confrontandola con quella italiana. Esamina, nella seconda parte, sei casi-studio specifici (strutture e centri di formazione coranica, nonché scuole dell’infanzia denominate “Daaras”), in alcune zone della città di Dakar e nei villaggi, attraverso la tecnica tutta antropologica “dell’osservazione partecipante”, ed infine espone punti di riflessione sul lavoro antropologico.
Diciamo pure che la commistione per quanto impegnativa, risultava a me semplice, essendo Pedagogista ed Antropologo. Una ricerca sul campo, in un luogo “differente”, in Senegal (Africa), mettendo in pratica tutte le “pietre miliari” della metodologia della ricerca antropologica ed etnografica, per un lavoro i cui risvolti sono educativo-pedagogici. In sintesi affrontavo un tema educativo in un contesto antropologico. ‹‹Un lavoro, [quindi], la cui prospettiva è poco frequentata nel discorso accademico italiano sulle relazioni tra pedagogia e antropologia››.

A quale antropologo ti sei ispirato nello scrivere il tuo libro? 
Una domanda interessante, ma non posso essere molto preciso in questo. È come parlare di calcio o quasi. Prendere in considerazione vari elementi che attraggono di calciatori o antropologi tipo: la grande visione di gioco, il controllo di palla, la precisione nei passaggi e l’eccezionale abilità nel dribbling di Diego Armando Maradona; l’eleganza, la finezza e la finalizzazione di rete di Marco Van Basten; la grinta e la velocità di George Weah; l’infallibilità del colpo di testa di Oliver Bierhoff; la superiore visione della regia arretrata e tecnica eccelsa difensiva di Franco Baresi…., ne cenno solo alcuni in epoca da me visti e ammirati in TV.Tra gli antropologi non posso evitare di nominare Bronisław Malinowski, uno dei più importanti studiosi del XX secolo, per la sua attività pionieristica nel campo della ricerca etnografica, considerato il padre della moderna etnografia, che per le “troppo” puntuali ed acute analisi sugli usi e costumi ha rivoluzionato il metodo e l’approccio pratico; Clifford Geertz, con la sua profonda osservazione sul concetto che: la ‹‹presenza e la viva esperienza non bastano più a garantire l’accesso a un’altra cultura. Tale accesso deve passare attraverso la comprensione del sistema di significati che i nativi attribuiscono alla propria vita sociale››; Margaret Mead, con i suoi studi sulla adolescenza, sosteneva l’idea di un approccio scientifico fortemente incentrato sulla ricerca etnografica di tipo particolaristico, con grande attenzione nelle comparazioni tra diverse culture e nelle teorizzazioni generali; i più attuali Marc Augé, per le sue numerose ricerche etnografiche in Africa (occidentale), e la sua teorizzazione di una antropologia della “surmodernità”, focalizzando gli aspetti essenziali della società contemporanea metropolitana e il paradossale incremento della solitudine, nonostante l’evoluzione dei mezzi di comunicazione.
I miei più “cari” e “vicini”, in quanto conosciuti personalmente, Roberto Malighetti, ordinario di Antropologia culturale, presso l’Università di Milano-Bicocca, che con la sua ottica epistemologica e metodologica della ricerca e i suoi studi di antropologia sulle civiltà mesoamericane è riuscito sulle orme di altri autorevoli studiosi e antropologi, ad essere testimone attuale, di una “buona” etnografia. Ugo Fabietti, che apprezzo moltissimo per la sua “umana” professionalità, che con la sua premessa nel mio libro, ha inquadrato l’essenza del mio lavoro, con una sintesi puntuale e precisa. Ordinario di antropologia culturale presso l’Università di Milano-Bicocca e alla Bocconi, è direttore del dottorato in “antropologia della contemporaneità”; con i suoi viaggi di studio in paesi del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale e subsahariana, riguardanti interessi che comprendono temi di identità etnica, di processi di stratificazione sociale, studi religiosi e culturali nel mondo globale, nonché argomenti di epistemologia e di storia dell’antropologia, mi ha affascinato con il suo modo chiaro di esporre i concetti chiave dell’antropologia e della sua metodologia.Come puoi vedere, Ilaria, mi sono orientato ed ispirato, nello scrivere il mio libro, ad una pluralità di studiosi che nel loro ambito, religioso, educativo, metodologico, narrativo, mi hanno affascinato ed entusiasmato nel leggere e studiare le loro ricerche. Ciascuno di loro mi ha “dato” qualcosa, senza però escludere il mio modo tutto particolare di raccontare e descrive la mia esperienza in terra d’Africa.
Riporto un articolo fatto da un giornalista di una testata locale, che riassume puntuale lo “stile” da me adottato: ‹‹Francesco s’è lanciato in questa incredibile avventura, spinto da una grande amicizia e da una profonda curiosità conoscitiva. Ha voluto affrontare determinate tematiche in guisa scientifica, ma senza tralasciare l’aspetto umano. Con prosa piacevole e incalzante, esamina casi-studio specifici in alcune zone della città senegalese. Espone punti di riflessione sul lavoro antropologico e indica gli aspetti basilari della ricerca››. 
Hai scritto altri libri? Parlacene..
No, questo è il mio primo lavoro editoriale. Ho in cantiere un lavoro già ben “strutturato”, ma tempo fa non ebbi modo di pubblicarlo, un argomento dal taglio pedagogico. Forse riuscirò a farlo, ma non ho tempi certi.

Hai in progetto di scrivere un altro libro? 
Come ho anticipato, ho in cantiere un lavoro già strutturato, ma non so dirti quando e se lo pubblicherò perché è un argomento già dibattuto oramai, anche se il mio ha un taglio sia pedagogico educativo che normativo legale, il che lo renderebbe unico nel suo ambito; vedremo…..
Mentre sto già lavorando per un’altra pubblicazione. Questa invece ha molte affinità al saggio “Viaggio nel sistema educativo del Senegal”, in quanto è un resoconto, o meglio, un diario di viaggio, dove racconto giorno per giorno il mio soggiorno passato in terra d’Africa. E’ un mix tra l’esperienza raccontata nel mio primo saggio sulle “Daaras”, ripresa in modo molto sintetico, in quanto parte specifica della ricerca già svolta, e tutto ciò che non ho raccontato della mia permanenza a Dakar: cultura, musica, , cibo, vissuto, esperienze, turismo, amicizie, disavventure e molto altro. Una sorta di diario segreto, arricchito con tematiche su luoghi e personaggi storici e culturali del posto, come l’Isola di Gorée, il politico poeta Léopold Sédar Senghor, il leader religioso Cheikh Ahmadou Bamba MBacke, il cantante e politico Youssou N’Dour, il Lago Retba, il Monumento della rinascita africana e altro ancora. 
Puoi suggerire qualche titolo di antropologia ai nostri lettori?
Certo. Per una premuta di metodologia antropologica suggerisco il testo di Ugo Fabietti,  “Antropologia culturale. Le esperienze e le interpretazioni”, per chi vuole addentrarsi nella metodologia ed avere un “vadevecum” del buon antropologo. Per un “assaggio” storico sulle origini e le ricerche antropologiche fino ai temi più attuali, un ottimo excursus di antropologia ed etnologia è il volume: “Dal tribale al globale. Introduzione all’antropologia”, di Ugo Fabietti, Roberto Malighetti, Vincenzo Matera, senza appesantirsi troppo della storia dell’antropologia.
Interessante è il nuovissimo testo di Roberto Malighetti e Angela Molinari, dal titolo “Il metodo e l’antropologia. Il contributo di una scienza inquieta”, che sto leggendo in questi giorni.Per chi si vorrebbe addentrare su tematiche medio-orientali, consiglio l’ultimo volume di Ugo Fabietti, “Medio Oriente. Uno sguardo antropologico”. Ancora: Marc Augé “L’antropologo e il mondo globale”. Per uno sguardo sull’infanzia e antropologia, consiglio: “Infanzia in tre culture. Giappone, Cina e Stati Uniti” di J. J. Tobin, D. Y. H. Wu, D. Davidson, e il successivo “Infanzia in tre culture. Vent’anni dopo” di J. J. Tobin, Y. Hsueh, M. Karasawa, piuttosto voluminosi e tecnici, ma di facile lettura.
Mentre “L’arte dei bambini. Contesti culturali e teorie psicologiche” di Claire Golomb, accompagna il lettore in un viaggio nel tempo e in diversi contesti culturali, alla scoperta del mondo artistico infantile, veramente carino e pratico. Toccante è il lavoro del premio Nobel per la letteratura nel 1994 Kenzaburo Oe “Note su Hiroshima”, un saggio che incontra i sopravvissuti, coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo. “Dal Sudafrica” di M. Solimini, per uno sguardo sul problema e la storia dell’apartheid.
Potrei continuare ancora…… ma vi suggerisco naturalmente anche il mio: “Viaggio nel sistema educativo del Senegal. Alla scoperta delle Daaras”, poiché trattando di un tema specialistico di doppia valenza (educativo e antropologico), lo consiglio per una lettura interessante e proficua, a chi lavora nei servizi alla persona, per gli insegnanti dei bambini in età prescolare e non, per alunni di indirizzi magistrali, scienze umane e sociali, per chi vuole fare ricerca etnografica e pedagogica, per docenti e cultori di tematiche educative, pedagogiche ed antropologiche e per tutti coloro che affrontano o vorrebbero affrontare i temi dell’infanzia, di sviluppo e di viaggio.
Il mio volume è stato adottato ed inserito tra i testi di riferimento nel programma accademico di “pedagogia interculturale” 2016/2017, presso il Corso di Studio di Scienze dell’Educazione e della Formazione, dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, e in alcuni corsi di Pedagogia Interculturale e Tecniche della Ricerca Etnografica dell’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna.

Qual è il ricordo più bello che porti nel cuore del tuo viaggio? C'è un episodio che vuoi condividere con noi di emozioni tra le righe? 
Per esperienze di questo tipo, in un luogo e in una cultura totalmente differente, i ricordi sono veramente tanti. Mi chiedi del viaggio cosa mi porto con me? Io direi proprio l’intero “viaggio”. Dalla partenza al ritorno, ogni momento lo ricordo come se fosse oggi e, credimi, riuscirei ad argomentare un singolo episodio per ore ed ore. Per indicare un episodio, direi che porto con me sempre la spontaneità dei tanti sorrisi dei bambini, nonostante la situazione precaria e la genuinità d’animo degli stessi che, quando nel momento della ricreazione, molti dei discenti mi volevano offrire le loro “misere” merende. Spirito di condivisibilità e accoglienza tipica “africana”. 

Informazioni sull'autore:
Pedagogista e antropologo, ha frequentato Corsi post laurea e un Master in Criminologia. Ha svolto lavori in ambiti pubblici e privati, sempre nell’ambito sociale, educativo e formativo. Svolge attività d’integrazione scolastica ed extrascolastica di alunni diversamente abili. È direttore/amministratore di una Scuola dell’Infanzia Paritaria. Ha condotto studi in Senegal sullo sviluppo e sottosviluppo comunitario, sulle nuove tecniche pedagogiche adottate in un Paese in via di sviluppo svolgendo un lavoro di ricerca sul campo presso centri di formazione ed educazione e scuole materne dell’infanzia, denominate daaras, nella città di Dakar e nelle zone limitrofe, da cui è scaturito questo prezioso saggio etnografico.


N.B. Le immagini inserite nell'intervista sono state fornite dall'autore F.Fallacara e sono la testimonianza visiva del suo viaggio in Africa.